Capitolo #1

Le orate

Il primo ricordo è di novembre, io e mio padre eravamo sulla spiaggia della Giannella, la sabbia era croccante e c’era vento di mare. Eravamo lì per pescare le orate, con la canna bisognava lanciare lontano, l’esca guidata dal piombo doveva arrivare al largo, a cento o duecento metri dalla riva, in quel periodo quello era il modo migliore per far abboccare quei pesci. Si tratta di un tipo di pesca che non si può fare d’estate, forse perché le orate sono disturbate dalle persone, o perché col caldo restano più al largo, non lo so. Ricordo che non tornammo più a pescare in quel modo d’autunno. Quella volta con noi c’era anche Achille, il bagnino-culturista che gestiva il tratto di spiaggia del residence dove affittavamo casa ogni anno. Non so perché non lo facemmo più, quel giorno prendemmo diversi pesci, sono passati tanti anni, non saprei dire quanti.

Capitolo #2

Il calcio

Nel residence c’era un campo di calcio, non un vero campo di calcio, non era abbastanza grande, ma era un bel campo in terra. I ricordi infantili possono compromettere le proporzioni ma oggi direi che si trattava di un allora rarissimo campo di calciotto, o forse di calcio a sette. Un anno mancavano le porte, o erano così danneggiate da dover essere sostituite. Il secondo ricordo è di mio padre che con altri villeggianti le costruì in legno, la sezione dei pali era quadrata, come si vede solo nelle immagini di repertorio, quelle di un calcio d’altri tempi. Una volta costruite le trasportarono nel campo, per fissarle nei fori lasciati liberi dalla rimozione di quelle vecchie. Non sono certo di aver mai giocato su quel campo, era troppo grande per me. Giocavo a pallone davanti casa, sul vialetto, usavo come porta i bassi stipiti del cancelletto di un giardino di fronte al nostro. Le assi di legno del portone facevano da rete e il gioco era passarsi la palla e tirare, in porta uno tra me, mio fratello e mio padre.

Capitolo #3

Le more

Tra il residence e la spiaggia c’era una strada trafficata, non si poteva attraversare, probabilmente ci faceva anche paura. Ma dall’altra parte il territorio del complesso arrivava fino alla laguna. Prima dell’acqua c’erano degli eucalipti, ne ricordo l’odore emolliente e speziato. Quella parte era abbandonata, una propaggine inutilizzata dello spazio del comprensorio, le piante crescevano rigogliose, nessuno si curava troppo di quel punto. C’erano rovi di more. Un pomeriggio andai con un grosso vaso con l’intenzione di riempirlo. Altri erano passati prima di me, le more alla portata di un bambino non erano così tante né comode da prendersi, ma il rovo sembrava infinito e in un tempo lungo come sanno essere solo i pomeriggi estivi dei fanciulli, riuscii a riempire il vaso di more. Quindi lo lasciai sul tavolo di cucina. A quel punto andai via, nella piccola bisca fuori dalla quale c’erano un paio di videogiochi. Vi rimasi alcune ore, pregustando il gusto dei frutti che avrei trovato al mio ritorno. Ma una volta a casa le more non c’erano più, mia sorella le aveva mangiate tutte.

Fotografia di: Hari Seldon