Capitolo #1

Mattine irripetibili

Ci sono mattine irrepetibili. Parlo della Maremma, della mia Maremma: la brina fa luccicare il padule dietro Castiglione della Pescaia, la Casa Rossa in controluce sembra un totem a guardia del paese. Dalla panoramica si vede tutto. Mentre il sole nasce, si vedono le colline dietro Macchiascandona, la pineta del tombolo che costeggia il mare fino all’isola Clodia e in fondo, giù verso l’interno, svetta la doppia cima del Monte Amiata. Io sono contento così. Potrei anche tornare indietro, il che vorrebbe dire fare un’inversione a U, qui davanti al cimitero, dove c’è Sergino, e trovarmi di fronte un altro spettacolo della natura: il Giglio, Montecristo, l’Elba e i profili altissimi della Corsica. Quasi tutto l’arcipelago toscano davanti. Il mare piatto come una tavola senza vento, le Rocchette in fondo, che sembrano appoggiate sopra. Certe mattine mi sembra di aver già vissuto tutto: essere qui a sguazzare dentro me stesso, la mia vita vissuta. È come una seduta di psicoanalisi senza tempo. Io amo questa terra. Mi sento davvero a casa in mezzo ai tagliafuoco e i campi di girasole. Non c’è New York che tenga per me di fronte a uno spettacolo del genere.

Capitolo #2

Mal di Maremma

La Maremma è una strega e io bevo la sua pozione da più di quarant’anni, tutte le sere, anche se vivo lontano, bevo e vado a memoria: la mia pineta, la mia casa di vetro, il prato secco, il capanno, i fratelli Tanga, Nello, Stefano del Sax, il Ghizzoni, mi ricordo di Sergio ovunque mi giro. Questa terra è piena di contraddizioni, ha in sé una logica irrisolta che la fa essere sempre magnetica. ‘Senza Maremma non si più stare!’, dicono loro, i maremmani, burberi per definizione. Se li sposti da questo fazzoletto di terra si sciolgono come ghiaccioli. Li vedi soffrire giorno dopo giorno, ora dopo ora, piegarsi sotto il peso di una saudade che li rende quasi brasiliani. È il mal di Maremma, come il mal d’Africa, che mi fa tornare sempre qua. Perché non è vero che le tue radici sono dove sei cresciuto, sono dove le pianti tu, dove ti basta guardare ovunque, dove ti senti chiamare in silenzio dalla Bruna che scorre melmosa fino al porto, si mischia col mare, e mi dice: “Giò, quando non venderai più un’idea a nessuno e sarai vecchio e stanco, torna qua per sempre a farti accarezzare dalle brezze termiche che salgono su, piano piano fino ai capelli e li increspano.” Li rendono indomabili e gli danno il sapore di questa dannata terra che mi galoppa dentro.