Capitolo #1

Pelago. Piazza Ghiberti è in discesa

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Piazza Ghiberti, Pelago
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Piazza Ghiberti, Pelago
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 “Perché non solo si tratta del più perfetto esempio di agorà della zona”, mi disse una volta Giuseppe, gesticolando sui gradini della Casa del Popolo, “ma è soprattutto il più perfetto esempio di agorà in discesa”.

Era uno molto strano, ma a me i grulli piacevano. Gli chiesi quale tipo di vantaggio comportasse vivere in un borgo con una piazza inclinata. “Perché in discesa si ruzzola. Sicché le questioni pesanti se ne vanno. Permangono le più lievi”.

Giuseppe sarebbe morto di lì a poco senza familiari, né eredi, né amici. Aveva un appartamento di fronte alla chiesa. In assenza di testamento, prima che tutti i suoi beni venissero alienati, chiesi al Comune il permesso di entrare.

La sua casa trabordava di appunti e vecchie radio. Scriveva tantissimo. Sosteneva di intercettare i messaggi in codice delle spie russe e americane, di essere intervenuto in discussioni tra il Cremlino e la Casa Bianca. Veniva deriso, ma quando scoprii nei suoi diari le trascrizioni di presunte conversazioni transoceaniche decisi di onorare la sua memoria cercando di decifrarne la grafia bulimica. Sul tavolo di cucina un foglio datato ottobre ’82 riportava: “Pace ai fratelli di Vladivostok e di Denver. A Pelago tutto bene. L’attivazione dei missili è rimandata. Ci apprestiamo alla brucatura delle olive.”
Capitolo #2

Le colline. Da Diacceto a San Francesco

Mi concessero di portare via i suoi appunti. Li stipai in garage e con pazienza ordinai quasi tre decenni di corrispondenza internazionale e unilaterale. Talvolta si occupava di inezie (“Oggi presso la Sagra del Bollito ho assaggiato i bomboloni di Emilio. Egli merita lunga vita”) ma spesso lasciava indizi circa trame e intrighi che riguardavano Cuba, il Vietnam, la demografia locale studiata tramite le liste elettorali del PCI. Non era ragionevole credere ai suoi scritti, eppure, scendendo da Diacceto verso la pianura, traversando quei filari disposti con una grazia pari a quelli del Chianti delle cartoline, iniziai a ripensare a quei suoi discorsi. Sul mantenersi leggeri, sul ruzzolare in basso.

Capitolo #3

San Francesco. La ghiacciaia e il Ponte Mediceo

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Ponte mediceo, Pontassieve, San Francesco
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Ponte mediceo, Pontassieve, San Francesco
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Pelago aveva sempre dominato il contado dall’alto. Ma San Francesco, piccola frazione sulle sponde della Sieve, negli anni si era ingrossata fino a superare il capoluogo. A furia di scendere dalla collina la gente l’aveva resa una cittadina. Proprio lì, stando agli scritti di Giuseppe “si radunano stolti dai più disparati carismi: sovversivi che guardano alla città più che alle radici. Si attendono rinforzi”. Ora nella piazza di San Francesco stazionavano due vecchietti affacciati sul fiume, a osservare il Borgo di Pontassieve arroccato sull’altra sponda. Non so cosa intendesse Giuseppe. Sicuramente non amava i nuovi modelli di urbanizzazione, l’allargarsi verso la pianura.

Una pagina scritta poche settimane prima di morire diceva: “Pace sull’Ohio e sulla Siberia. A Pelago tutto bene. Clima di concordia tra i vigneti: volti distesi e damigiane piene. Si riferisce di altre famiglie trasferitesi sempre più a valle. Mi rammarico, ma mi consolo. Più vino per noialtri quassù”.

Fotografia di: Willard Metcalf, The AMICA Library